Rieccomi, dopo mesi, e torno raccontandovi di una città che era nella mia lista dei desideri da anni: Marrakech!

Partita con una valigia piena di aspettative, sono tornata con gli occhi pieni di colori e una sana frenesia.

Per chi si stará formulando frasi tipo “ma è andata con il bimbo? E’ matta!”, state sereni: io e mio marito siamo tornati sposini per un weekend!

Leonardo ha viaggiato con noi ovunque e sin da subito, ma obiettivamente questa è una meta dove – piú che i bimbi – faremmo fatica ad ambientarci noi genitori con loro.

Tralasciando il discorso pulizia, cibo ed acqua, a Marrakech le moto sfrecciano ad una velocità incredibile e, soprattutto nei vicoli strettissimi dei Souk, girare con un passeggino o con i cuccioli nel marsupio è tutto fuorchè comodo e sicuro. Per non parlare dei locali che trasportano la qualunque su carretti larghi quanto le vie e trainati da asinelli.

Non avevamo molto tempo a disposizione per girarla, quindi avevo preparato un tour de force, ma in realtá due giorni pieni sono stati anche abbondanti.

La sera successiva al rientro, mio marito mi disse “oggi non ho fatto altro che pensare a cosa abbiamo vissuto a Marrakech, sono ancora scioccato”. Condivido pienamente questo pensiero e per questa ragione, più che di cose viste, in questo post vi racconterò emozioni e sensazioni.

E’ davvero questo che continuo ad avvertire se ripenso a quei giorni.

Atterrati nel primo pomeriggio, abbiamo raggiunto il Riad con un mezzo messo a disposizione dalla struttura e ricordo benissimo che guardavamo il traffico basiti, in totale silenzio, sicuramente entrambi preoccupati da quel cambio culturale così forte che in soli pochi minuti avevamo avvertito.

Motorini malmessi che trasportano anche 4 persone, di cui due bambini – tutti rigorosamente senza casco – ciclisti che si fanno strada tra le auto picchiando pugni sui parabrezza posteriori, pedoni che transitano in triple file ai lati della strada ignorando i pochi metri di marciapiede esistenti, strade intricate dai nomi illeggibili e impronunciabili. Ci saremmo mai orientati?

I dubbi iniziali sono spariti in fretta grazie all’ospitalità dimostrata dal gestore del Riad, che subito ci ha chiesto di rilassarci sui divanetti del cortile e ci ha preparato il primo di una lunga serie di tè alla menta marocchini.

Ci ha indicato sulla mappa le vie più semplici da trovare e da percorrere per raggiungere i punti principali ed è stato davvero un aiuto immenso, perchè spesso la gente del posto – soprattutto i ragazzini – ti dá indicazioni non richieste ben lontane dall’aiutarti, con l’intento di ottenere mance o portarti davanti alla bottega di un amico o familiare e convincerti così a comprare qualcosa.

Gli acquisti a Marrakech seguono una sola regola: il baratto. Difficilmente troverete esposti cartellini con i prezzi e, domandando per quanto vi venderebbero un prodotto, la risposta sará un’altra domanda: “per quanto lo compreresti?”.

Ho comprato spezie per le quali inizialmente mi chiedevano 180 DHR (circa 18 euro) a 50 DHR e vi assicuro che il venditore non era così arrabbiato per l’affare, tutt’altro. Del resto, con il numero incredibile di botteghe aperte nei Souk, devono garantirsi il cliente prima che decida di acquistare lo stesso prodotto alla bancarella accanto.

Beh, giá che ci siamo, vi racconto dei Souk, per me il cuore pulsante di Marrakech. Non tanto quelli che circondano la Jemaa el-fna, destinati per lo piú ai turisti, quanto a quelli meno conosciuti e per questo piú affascinanti. Penso a quello dei fabbri -in cui risuonano i colpi dei martelli e i piedi stanchi dei marocchini sistemano qualche pezzo, a quello dei tappeti -che culmina nella Place Rahba Kedima, incorniciata da botteghe di spezie e aromi, a quello dei pellettieri e dei macellai – nei quali a volte viene la tentazione di tappare il naso per proteggersi dall’odore acro che si percepisce.

L’atmosfera era così surreale che a volte faceva mancare il fiato, eppure abbiamo deciso di percorrerli tutti i giorni che siam stati in cittá.

Per non parlare della sensazione che si prova nello sbucare nella piazza Jemaa el-Fna. All’improvviso uno spazio aperto, immenso, dai cui altoparlanti risuona la voce del Muezzin e il mondo sembra fermarsi in suo ascolto. Una piazza dai mille volti, calmo e rilassante di prima mattina – quando anche le bancarelle dei Souk sono ancora chiuse e in giro c’è pochissima gente, brulicante di venditori, incantatori di serpenti e giocherelloni con scimmiette nelle ore centrali e raduno di migliaia di persone al calar del sole – quando si riempie di bancarelle che ospitano per cena i meno schizzinosi.

Noi siamo stati da Chez Aicha, consigliata da chi prima di noi ci era stato, e avendo un obiettivo preciso siamo riusciti a non lasciarci convincere a sederci in altre bancarelle.

Se sei capace di non pensare a che mani abbiano toccato il pane che trovi giá servito sulla tavola, al tipo di pulizia che hanno riservato alle posate o ai bicchieri, alla reale freschezza di ció che stai mangiando, questa è un’esperienza veramente incredibile, da provare e gustare al massimo.

Il conto rispecchia la spartanità della location, poco più di 10 euro in due per una tajina di agnello, un cous cous vegetariano, un piatto di pesce cotto al momento davanti ai nostri occhi, acqua e pane.

Con il sole che ormai tramontava, dopo qualche scatto d’obbligo dalla terrazza di uno dei Cafè della piazza, abbiamo ammirato la Moschea principale che diventava rosata salutando il giorno passato e ci siamo addormentati nella pace incredibile che solo il Riad puó regalare a Marrakech.

Il giorno dopo è stato quello più intenso per numero di luoghi visitati. Abbiamo iniziato con il Jardin Majorelle – da vedere di prima mattina o prima della chiusura per evitare lunghissime code alla biglietteria – senz’altro molto turistico ma comunque da non perdere per la tranquillitá che regala il contrasto tra il verde delle 300 specie di piante – soprattutto grasse – che lo abitano e il blu sgargiante della casa che ospita il Musee Berbère.

Abbiamo raggiunto il giardino a piedi dal nostro Riad, passando per il tipico mercato del sabato mattina nella zona di Bab Doukkala. Non troverete nessun venditore di pesce schiamazzante, nessuna bancarella di frutta che rovescia casse a terra. Solo tantissimi carretti di carne, qualcuno di frutta esotica, banane e fragole e tantissimi chioschi di libri usati.

Verso l’ora di pranzo abbiamo visitato il palazzo El Badi – o meglio, ciò che resta dell’antico palazzo del Sultano e ci siamo poi concessi un pranzo al Cafè Clock, con cucina internazionale e non tipicamente marocchina, dove provare il famoso hamburger di cammello.

Sotto il sole cocente del primo pomeriggio e la testa coperta da sciarpe per cercare un pó di ristoro, ci siamo dirette alle tombe dei Saaditi e al Palais de la Bahia, due culle straordinarie dell’arte locale, con decorazioni stile mosaico di colore bianco giallo e blu e soffitti in legno intarsiato da lasciare senza parole.

Per chi è stato in Andalusia, la sensazione, chiudendo gli occhi, è di essere all’interno della Alahambra di Granada o della Giralda di Siviglia, ma assaporando la vera tradizione araba.

Complici gli orari di chiusura intorno alle 17 di questi palazzi e il caldo che iniziava a farsi sentire, ci siamo rintanati nel riad e rilassati sulla terrazza prima di concederci una cena a bordo piscina e con musica araba dal vivo alla Maison Arabe. Un ristorante di lusso per i locali, ma per noi europei assolutamente abbordabile nel prezzo, che offre cucina ricercata non solo marocchina ma anche fusion, che a sorpresa ha festeggiato il compleanno di mio marito facendogli intonare “buon compleanno” in marocchino e offrendogli il dessert con candelina inclusa. Davvero un bellissimo servizio!

L’ultimo giorno, con il cielo un pó nuvoloso, abbiamo camminato in direzione opposta alla Medina, scoprendo così il Cyber Park, immenso spazio di verde e di pace lontano dalla folla dei turisti.

Non saprei dire per quale ragione valga piú la pena andare a Marrakech, ma senz’altro ho amato girovagare – a volte senza sapere esattamente dove fossi – tra i suoi vicoli meno conosciuti e alzare gli occhi a caccia di colori nuovi.

You can’t lose it: semplicemente viverla.